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Vittorio
Rainieri e la modernità figurativa: un’immagine o meglio un confronto
che rende l’artista il vero e proprio artefice del proprio cercare,
nella e sulla superficie del supporto, l’amalgama coloristica che genera
il riverbero, la presenza, l’espressione metabolica, germinativa, del
soggetto. E in questo suo scavare Rainieri affonda lo sguardo nella profondità
assoluta della scomposizione; balza senza timore all’interno dello
spazio rappresentativo per farne il palcoscenico delle sue figure
ammantate (ammaliate?) di luce. Luce riflessa -
estroflessa - flessuosa, cardine e azimut di una parabola mentale che
travolge e sonda atmosfere che tracciano particolari sensazioni ed
emozioni. Vittorio, lo si nota già ad una prima, sommaria osservazione dei suoi
lavori, inizia dal segno e da esso costruisce forme che ingigantiscono e
si fanno presenze, battiti che ritmicamente scandiscono i passi di un
racconto, di un istante ripetuto e fermato per sempre sulla tela. E quando si aprono queste geometrie di
luce, volti e immagini di cose si affacciano entro le sue improvvise
planimetrie, giocate amabilmente su contrappunti antinomici, allora si afferma con grande vigore
quel protendersi del soggetto
oltre i confini del fantastico - surreali che
nella sfera onirica percorrono tracciati in cui la materia è sostanza
vacillante, visione. Già dalle
prime prove Rainieri ha dimostrato di sapere affrontare il discorso
figurativo attraverso un’essenzialità meta-narrativa di chiara impronta
ideativa, maturando progressivamente un triangolismo espressivo -
secondo l’antico adagio per cui il triangolo è sinonimo di aspirazione
al perfetto equilibrio - che alla mera fisicità oppone la
scansione pura planimetrica, accordandosi con declinazioni timbriche
muovono dall’interiorità. Ciò si nota, in particolare, nei lavori dove
la postura non è mai plastica, ma si fa sempre in divenire, verrebbe da
definirla “in lieve moto”. E questo insistere del pittore sul dettaglio posturale, rimanda
irresistibilmente a una suddivisione articolata dei volumi, entro cui
Rainieri si muove attingendo a piene mani da quell’incessante indole
sperimentale che ci sembra l’elemento distintivo di questo originale
autore. Come pure davvero singolari e riuscite
sono le lame di luce che filtrano da fonti spesso immateriali e che
sondano nel profondo la morbidezza dell’incarnato dei suoi volti, il
panneggio degli indumenti e i vertici degli oggetti che popolano i suoi
interni, veri e propri pertugi dove l’artista racconta - e si racconta -
in un silenzioso protendersi verso una realtà mai tradita o travisata.
Tutto quanto, piuttosto, appare e scompare come nella mente delle sue
modelle, imprimendosi nella memoria come a voler tentare di confermare la
ricchezza, ma pure il limite, umanissimo, dell’oggettualità
materica, eppure sognandone la non degenerazione. Ecco allora che il
quotidiano da prevedibile diventa imprevedibile, in un piacevole divertissement
di accostamenti che rendono il dipingere di Vittorio una vera e propria fonte di riflessione.
La medesima impressione si ha quando si guarda alle tante nature morte che
egli esegue con il medesimo procedimento trasfigurativo, poggiando
su intuizioni neocubiste ma anche e soprattutto su un’idea a lui ben
chiara e spesso ripetuta nei nostri dialoghi: “i miei colori cambiano ad
ogni ora del giorno”. E tutto questo è la semplice verità: le sue tinte riversano una luce
intensa e calda che potrebbe essere paragonata, molto probabilmente, a un
dolcissimo e avvolgente fascio luminoso.
Vittorio è dunque uno di quegli
artisti ai quali lo “stupore” per il certo e il probabile risulta
congeniale, anzi linfa su cui confrontarsi continuamente nella ricerca,
mai esausta, sul dettaglio, sul segmento compositivo che genera la mistura
del colore e penetra docilmente nelle maglie di un ordito rappresentativo
ordinato e plastico. Ed è proprio in questo che sta la modernità del nostro pittore, nel suo
volgersi senza timore al nuovo credendo profondamente in se stesso in
quanto artista sempre pronto al nuovo.
Dott.
Simone Fappanni (studioso d’arte
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V.Rainieri
Ha cominciato ad interessarsi alle arti figurative da giovanissimo con
particolare attenzione alla grafica, conseguendo fin da subito ampi
consensi; in seguito ha iniziato ad interessarsi al paesaggio ed alla
figura con un continuo approccio a nuove tecniche. Presente a numerose
occasioni artistiche ha conseguito sempre riconoscimenti e premi tra i
primi classificati. Sue opere sono presenti presso numerose collezioni
private ed enti pubblici.
<< Le ascendenze
figurali di Vittorio Rainieri pescano molto al largo le loro prime
incidenze espressive: sono stati infatti sollecitazioni quasi
parapsicologiche ad influenzare la sua disponibilità grafica con immagini
captate in questo imprevedibile cosmo emblematico e, dai primi approcci
all' arrivo del colore, è stato un rapido susseguirsi di immagini, a
volte geometrizzate, vorticanti in ambiente di misteriose anche se ben
precisate connotazioni dense di arcani significati. Passare da simile
stallo descrittivo alle composizioni naturalistiche e al paesaggio, il
passo anche se tormentato agli inizi, è stato rapido e preciso; visioni
dei luoghi, atmosfere vaporose della Padania, racimoli panoranici della
Bassa hanno cominciato a popolare la tavolozza del Rainieri sempre più
vivida a suggestiva nel rimarco, nelle pungenze emergenti da quei pingui
esterni ubertosi e densi di fermenti e di nebbia! >>
( C. d. A. Licinio Dott. Boarini 1984 )
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Victor Il
Pittore. L’
Ho assistito a dar l’assalto alla barricata della pittura. ora ci pare
giusto dire che sta affiorando un vero pittore.Ciò che conta è il gustare la visione di un Arte oltre
l’Arte. Al di là dei tempi.
Proposizioni teoriche, che l’artista
neppure tenta di nascondere dietro ad un facile e anemico velario di
un’etichetta purchè sia. Il
nostro Rainieri.
affonda in profondità, i suoi mezzi in quel terreno dalla superficie
ormai sterile, partendo da una linea, solo apparentemente piatta, disegni
dagli effetti puramente scenografici; ma quando su quelle superfici
vibratili depone cose e figure avvolte nel proprio colore, quel colore
medesimo pare ricevere, per effetto magico, un impulso vitale autonomo,
mutevole, al punto che il soggetto rappresentato sulle sue tele (complice
la luce del momento) ne reinventa la lettura come il guardare dentro un
caleidoscopio, creando risultati di lettura sempre nuovi.
Nel combusto stesso di quanto vi è di figurativo e di informale, reca di
per se un calore esistenziale, direi carnale.
Ma il punto è un altro ed è il
mistero di quella luce bianca che ti ghermisce, ti perseguita e suscita in
te vertigini di abissi senza fondo e qui il disagio si fa addirittura
fisico, finchè… scopri entusiasta la felice intuizione di base da parte
dell'artista che è quella di servirsi della luce.
Luce, che ha il privilegio consentito a pochi elementi di trasformarsi
in continuazione. Elemento che scava, attenua, intensifica i colori e
illumina il soggetto con aspetti poetici ed inattesi, in una parola
ribalta quello che era l’originale ordine compositivo, estraendone una
nuova, e quindi un’altra ancora, pur restando in fondo sempre la
medesima.Secondo me tutto ciò sfugge perfino alla tensione creativa del
suo autore e a tradirlo fu un luccichio strano di stupore che colsi in
flagrante nel suo sguardo, mentre osservava la sua ultima opera, (Donna
alla finestra) come se quell'opera non fosse opera sua, ma di un altro, di
un nessuno o di un mago. ( Ass. Cult. U. Zappavigna )
Salsomaggiore
Terme , lì 10.02. 1987
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